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La mappa della ‘ndrangheta vibonese

Posted in Uncategorized with tags , , , , , on luglio 8, 2008 by antimafiavv

ESTRATTO DALLA RELAZIONE SULLA ‘NDRANGHETA DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA DELLA XV LEGISLATURA, pp. 74-78 e 85

 

Nella provincia di Vibo Valentia appare incontrastato il predominio dei “Mancuso” di Limbadi, storicamente legati ai “Piromalli-Molè” di Gioia Tauro. Nel mantenere il rigido controllo delle attività criminali locali si sono ritagliati, negli anni, ampi spazi nel traffico internazionale delle sostanze stupefacenti. “Le più recenti risultanze investigative hanno evidenziato che la tradizionale struttura della famiglia, sempre riconducibile allo storico nucleo familiare, si è scissa nella sua compattezza, dando vita a 3 principali ramificazioni, a volte in contrasto tra loro ma munite di autonomia organizzativa, rispettivamente capeggiate da Diego Mancuso, Francesco Mancuso e Cosmo Mancuso. La potenzialità criminogena della ‘ndrina, nel suo complesso, è comunque confermata. Aree di influenza, oltre che nella provincia di Vibo Valentia, sono nel reggino e nel catanzarese, ad Isola Capo Rizzuto (rapporti con gli “Arena”), a Lamezia Terme (contiguità con il gruppo “Cerra-Torcasio-Giampà”) e in altre parti del territorio nazionale (in particolare Milano, Torino, Parma), attraverso le cosiddette ‘batterie’”.[1]

“La pressante azione repressiva che nell’ultimo periodo ha interessato la provincia ha determinato una situazione di accentuata instabilità “incentivando” cosche di minore rilevanza ad inserirsi in spazi tradizionalmente occupati dai “Mancuso”. Il dato trova riscontro in alcuni omicidi realizzati negli ultimi anni. Anche la recrudescenza degli omicidi è verosimilmente da ricercare nella gestione delle attività economiche connesse alle strutture turistiche e di intrattenimento ubicate sulla fascia litoranea”.[2]

“Nelle aree della provincia a maggiore vocazione turisticoalberghiera, come Tropea e Ricadi, si è evidenziata la famiglia mafiosa dei “La Rosa” che ha acquisito sul territorio costiero un ruolo predominante – specialmente in relazione al fenomeno estorsivo – forte anche della stretta alleanza con l’articolazione dei Mancuso capeggiata da Cosmo. Essa ha consolidato ed ampliato il suo influsso criminale dal comune di Tropea, paese d’origine della famiglia, nei comuni di Ricadi, Parghelia, Zambrone, Briatico, Porto Salvo, Vibo Marina e Pizzo Calabro, per il controllo della gestione e della manutenzione delle forniture di numerose grosse strutture alberghiere, nel tentativo di imporre gli acquisti presso ditte riconducibili alla cosca”.[3]

Nel settembre 2006, l’ordinanza di custodia cautelare frutto dell’indagine “Odissea”, coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro, ricostruisce l’ascesa della cosca “La Rosa” di Tropea, satellite dei “Mancuso”, sotto le direttive dei quali ha esteso la propria influenza nella maggior parte dei comuni costieri del vibonese, gestendo di fatto importanti strutture turistico-alberghiere come il “Rocca Nettuno”, “Rocca”, “Garden Resort” e la discoteca “Casablanca”. Emerge, inoltre dal suddetto provvedimento, la capacità della cosca di infiltrare gli apparati pubblici, anche allo scopo di ottenere indebiti finanziamenti e trattamenti giudiziari di favore, come risulta anche dall’arresto di un giudice del Tribunale di Vibo Valentia e di un tecnico comunale che avrebbe esercitato pressioni su un’impresa.[4] Nell’area in esame si sono inoltre verificati episodi che confermano l’interessamento delle cosche nella gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani”.[5]

In relazione alle proiezioni nazionali dei “Mancuso”, la loro presenza in Lombardia è ampiamente nota. L’11 giugno 2006, a Seregno, i Carabinieri di Monza hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale costituito da numerosi fucili mitragliatori, pistole mitragliatrici, armi comuni lunghe e corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed altro, col conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso di Limbadi. Anche il Servizio Centrale Operativo evidenzia la presenza di “locali” di ‘ndrangheta legati ai “Mancuso” nella provincia di Como e segnala la zona del Friuli Venezia Giulia come luogo di operazioni di riciclaggio riconducibili alla stessa famiglia.[6]

La straordinaria capacità dei Mancuso di infiltrarsi e condizionare la politica e le istituzioni emerge dall’inchiesta denominata “Dinasty 2” del 2006 e relativa al progetto INFRA-TUR. Nella vicenda risalta il ruolo di un magistrato del Tribunale di Vibo Valentia quale socio in affari in alcuni investimenti (Il Melograno Village srl) e garante e punto di riferimento delle cosche vibonesi. Un vero e proprio sistema di commistione tra esponenti politici, imprenditori e rappresentanti del clan Mancuso.

“Le altre organizzazioni criminali operanti in ambito provinciale, sono:

§   nel capoluogo, la famiglia “Lo Bianco”, guidata da Lo Bianco Carmelo, gravitante nell’orbita del clan “Mancuso”, dedita alle estorsioni a esercizi commerciali ed imprenditori, all’usura e allo scambio elettorale politico-mafioso.[7] E’ stata, altresì, individuata una costola dell’organizzazione guidata dall’omonimo cugino (cl. 1945), che pur non entrando in netto contrasto con il resto dell’organizzazione, agisce autonomamente sul territorio.

§   nella zona di Sant’Onofrio e Stefanaconi, le cosche “Bonavota”, con interessi anche nel torinese, e “Petrolo”;

§   nella zona di Filadelfia e nei comuni limitrofi di Polia, Maida, Curinga, Francavilla Angitola, Pizzo Calabro, San Nicola da Crissa, Monterosso Calabro, Capistrano, la cosca “Fiumara-Anello”, nota per essere stata coinvolta nel narco-traffico internazionale, sin dai tempi dell’indagine “Pizza Connection”;

§   nella zona delle Serre Calabre, dove sono soprattutto diffuse le estorsioni in danno degli imprenditori boschivi, principale fonte di reddito della zona, è egemone la cosca “Vallelunga” (Serra San Bruno, Mongiana, Spadola, Brognaturo, Simbario), ma agiscono e sono radicate anche le famiglie “Emanuele-Maiolo-Oppedisano-Ida” (Gerocarne, Soriano Calabro, Arena, Dasà, Acquaro, Dinami), avversi ai “Loielo-Gallace”; “Mamone” e “Nesci-Montagnese” (Fabrizia); “Tassone” (Nardodipace); “Oppedisano” (Dinami);

§   nel comprensorio del Monte Poro (Comuni di Spilinga, Zungri, Rombiolo, Drapia e Zaccagnopoli), la cosca “Accorinti-Fiammingo”, referente dei “Mancuso”;

§   nel Comune di Filandari, la cosca, di rilevanza minore, dei “Soriano”;

§   a Briatico la cosca “Accorinti” (diversa da quella attiva in Monteporo, ma ad essa legata da vincoli di parentela);

§   a San Gregorio d’Ippona la cosca “Fiarè’” guidata da Rosario Fiarè, collegata ai “Mancuso”;

§   a Mileto e San Calogero i “Pititto”, sono i referenti locali dei ‘Mancuso’“.[8]

 

Di fatto, anche attraverso i legami nei diversi comuni, e le relazioni nei diversi campi di attività sia lecita che illecita, la cosca dei Mancuso esercita una diffusa egemonia su tutta la provincia.


[1] S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla ‘ndrangheta – 30 giugno 2007.

[2] R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007”.

[3] S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla ‘ndrangheta – 30 giugno 2007.

[4] Sono stati eseguiti 13 provvedimenti restrittivi – 4 in carcere e 9 agli arresti domiciliari – nonché 3 misure interdittive di pubbliche funzioni, emessi dall’Autorità giudiziaria, nei confronti di altrettanti indagati, chiamati a rispondere, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, truffa in danno dello Stato e falso in atto pubblico. L’attività investigativa ha consentito di identificare, nei destinatari dei provvedimenti restrittivi, i responsabili di numerose condotte corruttive attraverso le quali sarebbero state favorite parti processuali in alcuni procedimenti svolti nei confronti di consorterie mafiose, nonché di numerose truffe perpetrate in danno dello Stato, relativamente a finanziamenti pubblici destinati in seguito a fini privati. Tra i destinatari dei provvedimenti figura la Dr.ssa Patrizia Pasquin, Presidente della Sezione Civile del locale Tribunale, Achille Sganga, geometra presso l’ufficio tecnico di Parghelia (VV), Guglielmo Grillo, funzionario della Regione Calabria all’assessorato dei Lavori Pubblici, Vincenzo Galizia, ingegnere capo dell’ufficio tecnico di Parghelia (VV), nonché avvocati, architetti ed imprenditori locali.

[5] R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007”.

[6] S.C.O. della Polizia di Stato – “La ‘ndrangheta” – gennaio 2008 – pag. 26.

[7] Il 6.2.2007 investigatori di quella Squadra Mobile hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto, emesso dalla competente Autorità giudiziaria, nei confronti di 23 tra elementi di vertice ed affiliati ai “Lo Bianco”, per rispondere, a diverso titolo, dei delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, detenzione abusiva di armi ed altri gravi reati. Le indagini hanno consentito di svelare ruoli, modalità e strategie del potente clan, nel condizionamento del regolare andamento economico dell’area attraverso indebite ingerenze nel settore degli appalti pubblici e, più in generale, nei diversi ambiti commerciali della provincia, attraverso violente e sistematiche estorsioni. Tra i destinatari del provvedimento, il capo clan Carmelo Lo Bianco. Nelle indagini è, infine, emerso il coinvolgimento dell’ On.le Antonio Borrello dell’Udeur, che di recente ha assunto la carica di vice presidente del Consiglio regionale della regione Calabria. Lo stesso, raggiunto da un avviso di garanzia, è stato indagato per scambio elettorale politico mafioso, poiché avrebbe richiesto alla “famiglia” Lo Bianco appoggio elettorale.

[8] S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla ‘ndrangheta – 30 giugno 2007.

Relazione della commissione parlamentare antimafia

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , on giugno 26, 2008 by antimafiavv

IL CASO VIBO: UN TRISTE RECORD

Anche a Vibo la Sanità ci offre uno spaccato del degrado provocato dal controllo mafioso, con le collusioni politiche, sull’intero ciclo della salute.
Da tre anni, l’ospedale di Vibo Valentia conquista ciclicamente le cronache nazionali per le morti sospette. In realtà, leggendo le dinamiche e le responsabilità ricostruite dall’Autorità Giudiziaria, si tratterebbe di veri e propri omicidi, le cui responsabilità non posso restare impunite.
Del resto basta scorre il rapporto dei Nas, riferito dal ministro della Salute in Commissione Sanità al Senato l’11 dicembre 2007, a seguito di un ulteriore tragico caso [quello di Eva Ruscio, ndr], per cogliere le gravi responsabilità: «numerose sono le irregolarità nelle unità operative del presidio ospedaliero di Vibo Valentia, in particolare nelle unità operative di nefrologia e dialisi, chirurgia d’urgenza, chirurgia generale e blocco operatorio, malattie infettive, di ginecologia e ostetricia, rianimazione e terapia intensiva, neurologia, endoscopia, otorinolaringoiatria, pediatria, medicina generale, cardiologia e farmacia. Anche la mensa presenta numerosi deficit». C’è da chiedersi cos’altro rimanga dell’ospedale. Lo spiegano sempre i Nas: «risultano invece nella norma le unità operative di oculistica e diagnostica».
Malasanità e non solo. Vibo rappresenta da anni una realtà fortemente segnata da un forte controllo mafioso del territorio, delle sue attività economiche, dei suoi apparati pubblici e amministrativi. La cosca egemone, diventata potente anche su scala nazionale e internazionale, il clan dei Mancuso, ha conquistato negli anni una supremazia assoluta, scalzando anche le altre famiglie storiche costrette ad un’accettata subalternità. Tra queste quella dei Lo Bianco, da sempre egemone nel capoluogo e impegnata, negli ultimi anni, a recuperare un ruolo più autonomo.
Il modo scelto per raggiungere questo obiettivo è quello di assumere una posizione più significativa in campo economico. Avere più soldi significa acquisire potere e capacità di relazioni sociali e politiche.
L’intrapresa non poteva che ricadere sul campo della Sanità, dagli appalti per l’edilizia ospedaliera e le forniture, sino ai servizi e al controllo dell’amministrazione.
Una relazione della Guardia di Finanza, realizzata per l’Alto commissario per la lotta alla corruzione1, e desecretata nel febbraio del 2008 per iniziativa di questa commissione parlamentare, ne svela il meccanismo, mettendo a nudo un vero e proprio sistema «interno e parallelo» alla legittima gestione istituzionale.
L’appalto più rilevante e più importante è stato quello per la costruzione del nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia, aggiudicato a un’impresa pugliese. L’intera documentazione è stata posta sotto sequestro dalla Procura della Repubblica di Vibo che, nel settembre 2005 nel quadro dell’operazione «Ricatto», ha indagato su alcuni episodi di corruzione, ha emesso numerosi avvisi di garanzia e ha proceduto al sequestro del cantiere dove si stava costruendo l’ospedale. La magistratura vibonese è un convinta che siano state versate un tangenti per 2.165.000 euro.
L’ipotesi d’accusa è che in cambio delle tangenti i funzionari dell’Asl abbiano pilotato l’appalto facendo in modo che ad aggiudicarsi lo stesso fosse il consorzio pugliese. Ma in una terra come il vibonese, in cui la ‘ndrangheta è inserita in tutte le pieghe sociali, la tangente si trascina dietro ben altro e rappresenta l’anticamera per l’ingresso della ‘ndrina nel mondo della Sanità.
L’indagine ha coinvolto il direttore generale e il commissario straordinario che erano stati alla guida dell’Asl negli ultimi anni e, a vario titolo, molti altri soggetti. In particolare, stando alla prospettazione della Guardia di Finanza che, è bene precisarlo, è ancora allo stato investigativo, sarebbero coinvolti: Giovanni Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Giuseppe Namia, direttore Pou (Presidio Ospedaliero Unico) già segnalato nel 1994 per un reato di cui all’articolo 416 bis e per reati contro la Pubblica Amministrazione; Armando Crupi, direttore generale Asl pro tempore, Giorgio Campisi, intermediario di esponenti di partito Udc e Democratici di Centro, Enzo Fagnani, intermediario di esponenti partito Udc e Democratici di Centro, Santo Garofalo, commissario straordinario Asl pro tempore; Domenico Liso, legale rappresentante del Consorzio; Olimpia Lococo, presidente commissione aggiudicatrice; Domenico Scelsi, legale rappresentante del Consorzio; Fausto Vitello, responsabile del procedimento; e poi altre tre persone che facevano parte della commissione aggiudicatrice.
Successivamente il consorzio appaltava i lavori alla Ditta Ediltrasport dei F.lli Evalto s.a.s. con sede Vibo Valentia.
Come per la Asl di Locri il copione si ripete: nessuno, dell’interno dell’amministrazione, ha pensato di richiedere la certificazione antimafia, così l’autorizzazione a svolgere i subappalti è stata successivamente revocata dalla Prefettura per «informazioni antimafia interdittive nei confronti dell’impresa».
Ma è utile conoscere anche i rapporti, le relazioni familiari e le «qualità» personali di alcuni uomini chiave sia del sistema delle imprese che del meccanismo di gestione dell’appalto.
Il legale rappresentante della Evalto s.a.s. è Rocco Evalto, originario di Seminara e residente a Vibo, «condannato nel 1979 per porto abusivo di armi e segnalato per reati di attività e gestione rifiuti non autorizzato nel 2001. Uno dei fratelli Evalto, Antonino, sposato con Rosy Lo Bianco, figlia di Carmelo Bianco. I fratelli Evalto sono figli di Domenico Evalto, appartenente alla cosca Anello Fiumara. Secondo i militari della Guardia di Finanza «la citata società, sulla base di accordi pregressi con il Consorzio risultato vincitore dell’appalto, avrebbe dovuto realizzare l’intera opera del nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia».
Il meccanismo, partito con una tangente, è ben presto scivolato nell’ingresso della ‘ndrangheta nell’assegnazione e nella gestione dei sub appalti dei lavori per l’ospedale.
I lavori edili e di ristrutturazione dell’Asl nei vari settori sono stati effettuati con il ricorso al sistema dei «lavori in economia» secondo la decisione della Direzione amministrativa del presidio ospedaliero.
Anche questo è un meccanismo classico assieme a quello di spezzettare l’appalto, per evitare l’iter e i vincoli di trasparenza previsti da una normale gara con tanto di bando pubblico.
Di conseguenza i lavori sono stati eseguiti «disattendendo gli obblighi della normativa che vieta di assegnare a trattativa privata, in tempi successivi, lotti appartenenti alla medesima opera». Grazie a questo sistema, secondo la Guardia di Finanza, «si sono alternate, nell’affidamento degli appalti, diverse ditte, nel senso che si è notato come se esistesse un disegno “spartitorio” in attuazione del quale taluni appalti venivano aggiudicati a determinate ditte, risultando aggiudicatari di altri appalti le altre che già avevano partecipato, senza successo, ai precedenti, laddove la ditta precedentemente vincitrice effettuava un’offerta, per la stessa tipologia di lavoro, notevolmente superiore e pertanto palesemente non concorrenziale, consentendo, in tal modo, alla ditta che era risultata soccombente nella precedente gara di aggiudicarsi quella successiva».
Tra le società che hanno eseguito i lavori – secondo la Guardia di Finanza – c’era la ditta di Francesco Antonio Fusca il quale «risulta essere stato segnalato nel 2003 per i reati di associazione a delinquere, emissione di fatture per operazioni inesistenti e nel 2004 per i reati di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche». E, tra i componenti della commissione aggiudicatrice, c’era lo stesso direttore dei lavori che risulta essere stato, tra gli altri, Giuseppe Namia, in precedenza ricordato.
Interessante è lo svelamento di tutta la gestione delle forniture dei servizi dell’Asl.
L’appalto concorso per il servizio di ristorazione della casa di cura per gli anziani di Vibo Valentia e quello per tutti i presidi ospedalieri dell’Asl di Vibo (Vibo, Tropea, Soriano e Serra San Bruno) era stato affidato alla Onama e, alla scadenza dell’affidamento, riassegnato sempre alla Onama S.p.A. Ma la Onama non è una ditta come altre: «alcuni dipendenti della Onama sono risultati legati da vincoli di parentela a soggetti appartenenti alla cosca Fiarè Gasparro di San Gregorio d’Ippona». In particolare Francesco Coscarella la cui moglie è Caterina Fiarè, sorella di Rosario Fiarè, capo dell’omonima cosca. Insieme a lui anche Gregorio Coscarella, figlio di Francesco. Altre sei persone risultano essere nipoti di Rosario Fiarè. Insomma, i Fiarè sono ben inseriti all’interno della società Onama e, come si è visto, molti dipendenti sono parenti diretti con il capo della ‘ndrina. Praticamente l’Onama è una società dei Fiarè o, comunque, da essi pesantemente condizionata e infiltrata.

Nel corso dell’operazione denominata «Rima» che ha interessato i capi e i gregari della cosca Fiarè con l’imputazione di associazione mafiosa finalizzata all’usura, estorsione, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato, secondo la Guardia di Finanza, «è emerso il coinvolgimento di due amministratori comunali di San Gregorio d’Ippona, comune nel quale la cosca avrebbe pesantemente condizionato l’attività comunale infiltrandosi in appalti e altre attività grazie alla diretta complicità del sindaco e del vicesindaco». La ‘ndrina, inoltre, «avrebbe attuato anche una serie di estorsioni ai danni di imprenditori impegnati nella realizzazione di lavori pubblici».
Ma le presenze delle ‘ndrine non si fermano qui. Abbondanti tracce si trovano anche in altri affidamenti. La fornitura di uno «scambiatore per produzione di acqua calda» è stata affidata alla Teeg Italia s.r.l. La società «con oggetto sociale l’attività e installazione di impianti tecnologici ed edili è amministrata da Domenico lo Bianco esponente di spicco dell’omonimo clan, mentre direttore tecnico della stessa società è Carmelo Bianco, esponente apicale del clan». Anche la fornitura e la manutenzione dei filtri per il sistema di aria condizionata è stata affidata alla Teeg Italia.
Un altro appalto a trattativa privata è stato affidato alla Calor System s.r.l. Con sede in Maierato. Di chi si tratta? Ce lo spiega sempre la Guardia di Finanza: «l’impresa vincitrice è amministrata da Vincenzo Carnevale. Direttore tecnico è il fratello Francesco marito di Lo Bianco Isabella, figlia del citato Lo Bianco Carmelo elemento apicale del clan. Il capitale sociale ripartito tra il predetto Carnevale Vincenzo e Angela Michienzi, coniugata con il citato Domenico lo Bianco esponente di spicco del clan. Da visure effettuate alle banche dati in uso al Corpo è emerso che nel 2006 nell’ambito di accertamenti patrimoniali ex art. 2 bis legge 575/65 nei confronti di Francesco Carnevale è stato accertato che il medesimo, unitamente a familiari e conviventi, ha l’effettiva e la materiale disponibilità di beni immobili risultati intestati a soggetti prestanome al fine di eludere le leggi antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Risulta segnalato oltre a Francesco Carnevale anche Isabella Lo Bianco, Carmelo Lo Bianco, Maria Elena Lo Bianco e Nicolina Pavone».
Ovviamente un simile sistema non può limitarsi all’aggiudicazione degli appalti, necessita di un controllo della macchina amministrativa e i rapporti politici consolidati. Lo spiegano le indagini che hanno accertato «condotte delittuose» di varia entità in sedici persone: «…dirigenti di grado apicale rivestenti altissime funzioni nell’ambito del Asl che hanno favorito l’aggiudicazione di talune gare di appalto a favore di ditte manifestamente riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti di spicco della criminalità organizzata locale» come la Teeg Italia o la Calor System. Il dato di fondo è il fatto che si sono rivelati intrecci e interessi tra «i vertici del Asl che si sono succeduti negli anni» ed esponenti delle ‘ndrine locali.
Un sistema quindi, non una contingenza momentanea posta in capo a pochi corrotti, con una modalità d’azione che è durata negli anni, indipendentemente dalle persone fisiche degli amministratori, tutti coinvolti perché tutti partecipi e interessati ad uno scambio politico affaristico che ha fatto scempio della Sanità pubblica.
Anche il bar presso l’ospedale di Tropea era gestito da un prestanome del clan La Rosa mentre molti pagamenti risultano a favore di ditte che secondo il rapporto della Guardia di Finanza sarebbero dei canali di riciclaggio del clan. Tra i dipendenti dell’Asl figurano Paolino Lo Bianco, operatore tecnico, figlio del capo clan Carmelo Lo Bianco; Gerardo Macrì, tecnico sanitario di laboratorio biomedico, la cui sorella è intestataria della discoteca Casablanca di Tropea che invece risulterebbe di Giuseppe Mancuso, al vertice della ben nota cosca egemone nel vibonese; Vincenzo Soldano, ex vicesindaco di San Gregorio d’Ippona, arrestato insieme ai Fiarè, compreso Vincenzo Fiarè anch’egli dipendente dell’Asl e, tanto per non fermarci ai confini della provincia, Francesco Michele Tripodi coniugato con Concetta Piromalli, figlia del noto Girolamo «Mommo» Piromalli. Oltre a questi, c’è un numero rilevante di soggetti tratti in arresto con l’operazione «Rima», o denunciati per vari reati, compreso quello di porto d’arma da fuoco. Altre undici persone, assunte tramite la filiale di Lamezia Terme della società di lavoro interinale Obiettivo lavoro, risultano gravate da precedenti penali o in precedenza arrestate.
A conclusione della relazione, i militari della Guardia di Finanza hanno riassunto così quelle che hanno definito «criticità riscontrate»: «Presenza di esponenti della criminalità organizzata tra il personale dipendente di ditte giudicatrici di appalti; diffuso ricorso per gli appalti di forniture di beni e servizi alla trattativa privata e alla trattativa privata diretta, istituto che implica la partecipazione di una sola ditta invitata dall’amministrazione; frazionamento di numerosi appalti di forniture di beni e servizi, con importanti risultati sotto il limite previsto per la richiesta della certificazione antimafia e sotto soglia comunitaria; ricorso, in alcuni casi, a rinnovi e proroghe di contratti in elusione degli obblighi di gara e dell’obbligo di produrre la prevista certificazione antimafia, in luogo dell’autocertificazione prodotta; aggiudicazione di appalti a rotazione tra un numero limitato di imprese, tali da far ritenere che tra le stesse potesse esistere un possibile accordo sottostante; condotta di dirigenti che, come emerso anche dati redatti da organi investigativi giudiziari e acquisiti per l’esame, hanno favorito l’aggiudicazione di taluni appalti a ditte riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti di spicco della criminalità organizzata locale; presenza di dipendenti dell’Asl assunti a tempo determinato e indeterminato, di cui alcuni appartenenti alle cosche criminali locali, altri con procedimenti penali anche in corso2.
Intanto, dopo questa relazione e questa indagine, nell’assenza di qualunque tipo di intervento, nell’ospedale di Vibo si è continuato a morire e parlare ancora di malasanità può servire solo a chi non vuole vedere e non vuole capire.
Guardando l’intreccio tra degrado della Sanità pubblica e sistema di affari creato attorno alla Sanità privata, così come emerge dei fatti sinora evidenziati, non si può tacere sulle gravi responsabilità della politica calabrese.
Come si vede, la Sanità privata è esclusivamente alimentata con soldi pubblici, e ciò a fronte di un sistema sanitario pubblico ridotto a brandelli da sprechi, clientele e spartizioni tra partiti che non riguardano solo gli organismi politici o di gestione, ma si estendono dal portantino al primario, mortificando la trasparenza e la qualità professionale degli operatori sanitari. Tutto in nome di uno scambio costruito sulla gestione dei fondi pubblici, finalizzato a creare un consenso clientelare che uccide il diritto di cittadini alla salute e alla vita.
Il fatto che attualmente l’intera gestione del sistema sanitario calabrese sia commissariata non alleggerisce questa situazione, ma rende più drammatica intollerabile ed evidenzia il fallimento del susseguirsi di intere gestioni politiche.
L’unica certezza è che a pagarne le spese sono solo i soggetti più deboli, sulla cui vita in Calabria si operano le peggiori speculazioni politiche affaristiche e mafiose.

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NOTE
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1 Guardia di Finanza, Comando nucleo speciale tutela Pubblica amministrazione, di Indagine conoscitiva nei confronti dell’azienda sanitaria n. 8 di Vibo Valentia. Il documento è pervenuto alla Commissione in data 24 aprile 2007 dall’Alto commissario per la prevenzione il controllo della corruzione e delle altre forme di illecito nella Pubblica amministrazione.
2 Rapporto Guardia di Finanza per l’Alto commissario anti corruzione.

Francesco Forgione, ‘NDRANGHETA – Boss luoghi e affari della mafia più potente del mondo (La relazione della Commissione Parlamentare Antimafia), Baldini Castoldi Dalai, 2008, pp. 207-217.