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Relazione della commissione parlamentare antimafia

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , on giugno 26, 2008 by antimafiavv

IL CASO VIBO: UN TRISTE RECORD

Anche a Vibo la Sanità ci offre uno spaccato del degrado provocato dal controllo mafioso, con le collusioni politiche, sull’intero ciclo della salute.
Da tre anni, l’ospedale di Vibo Valentia conquista ciclicamente le cronache nazionali per le morti sospette. In realtà, leggendo le dinamiche e le responsabilità ricostruite dall’Autorità Giudiziaria, si tratterebbe di veri e propri omicidi, le cui responsabilità non posso restare impunite.
Del resto basta scorre il rapporto dei Nas, riferito dal ministro della Salute in Commissione Sanità al Senato l’11 dicembre 2007, a seguito di un ulteriore tragico caso [quello di Eva Ruscio, ndr], per cogliere le gravi responsabilità: «numerose sono le irregolarità nelle unità operative del presidio ospedaliero di Vibo Valentia, in particolare nelle unità operative di nefrologia e dialisi, chirurgia d’urgenza, chirurgia generale e blocco operatorio, malattie infettive, di ginecologia e ostetricia, rianimazione e terapia intensiva, neurologia, endoscopia, otorinolaringoiatria, pediatria, medicina generale, cardiologia e farmacia. Anche la mensa presenta numerosi deficit». C’è da chiedersi cos’altro rimanga dell’ospedale. Lo spiegano sempre i Nas: «risultano invece nella norma le unità operative di oculistica e diagnostica».
Malasanità e non solo. Vibo rappresenta da anni una realtà fortemente segnata da un forte controllo mafioso del territorio, delle sue attività economiche, dei suoi apparati pubblici e amministrativi. La cosca egemone, diventata potente anche su scala nazionale e internazionale, il clan dei Mancuso, ha conquistato negli anni una supremazia assoluta, scalzando anche le altre famiglie storiche costrette ad un’accettata subalternità. Tra queste quella dei Lo Bianco, da sempre egemone nel capoluogo e impegnata, negli ultimi anni, a recuperare un ruolo più autonomo.
Il modo scelto per raggiungere questo obiettivo è quello di assumere una posizione più significativa in campo economico. Avere più soldi significa acquisire potere e capacità di relazioni sociali e politiche.
L’intrapresa non poteva che ricadere sul campo della Sanità, dagli appalti per l’edilizia ospedaliera e le forniture, sino ai servizi e al controllo dell’amministrazione.
Una relazione della Guardia di Finanza, realizzata per l’Alto commissario per la lotta alla corruzione1, e desecretata nel febbraio del 2008 per iniziativa di questa commissione parlamentare, ne svela il meccanismo, mettendo a nudo un vero e proprio sistema «interno e parallelo» alla legittima gestione istituzionale.
L’appalto più rilevante e più importante è stato quello per la costruzione del nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia, aggiudicato a un’impresa pugliese. L’intera documentazione è stata posta sotto sequestro dalla Procura della Repubblica di Vibo che, nel settembre 2005 nel quadro dell’operazione «Ricatto», ha indagato su alcuni episodi di corruzione, ha emesso numerosi avvisi di garanzia e ha proceduto al sequestro del cantiere dove si stava costruendo l’ospedale. La magistratura vibonese è un convinta che siano state versate un tangenti per 2.165.000 euro.
L’ipotesi d’accusa è che in cambio delle tangenti i funzionari dell’Asl abbiano pilotato l’appalto facendo in modo che ad aggiudicarsi lo stesso fosse il consorzio pugliese. Ma in una terra come il vibonese, in cui la ‘ndrangheta è inserita in tutte le pieghe sociali, la tangente si trascina dietro ben altro e rappresenta l’anticamera per l’ingresso della ‘ndrina nel mondo della Sanità.
L’indagine ha coinvolto il direttore generale e il commissario straordinario che erano stati alla guida dell’Asl negli ultimi anni e, a vario titolo, molti altri soggetti. In particolare, stando alla prospettazione della Guardia di Finanza che, è bene precisarlo, è ancora allo stato investigativo, sarebbero coinvolti: Giovanni Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Giuseppe Namia, direttore Pou (Presidio Ospedaliero Unico) già segnalato nel 1994 per un reato di cui all’articolo 416 bis e per reati contro la Pubblica Amministrazione; Armando Crupi, direttore generale Asl pro tempore, Giorgio Campisi, intermediario di esponenti di partito Udc e Democratici di Centro, Enzo Fagnani, intermediario di esponenti partito Udc e Democratici di Centro, Santo Garofalo, commissario straordinario Asl pro tempore; Domenico Liso, legale rappresentante del Consorzio; Olimpia Lococo, presidente commissione aggiudicatrice; Domenico Scelsi, legale rappresentante del Consorzio; Fausto Vitello, responsabile del procedimento; e poi altre tre persone che facevano parte della commissione aggiudicatrice.
Successivamente il consorzio appaltava i lavori alla Ditta Ediltrasport dei F.lli Evalto s.a.s. con sede Vibo Valentia.
Come per la Asl di Locri il copione si ripete: nessuno, dell’interno dell’amministrazione, ha pensato di richiedere la certificazione antimafia, così l’autorizzazione a svolgere i subappalti è stata successivamente revocata dalla Prefettura per «informazioni antimafia interdittive nei confronti dell’impresa».
Ma è utile conoscere anche i rapporti, le relazioni familiari e le «qualità» personali di alcuni uomini chiave sia del sistema delle imprese che del meccanismo di gestione dell’appalto.
Il legale rappresentante della Evalto s.a.s. è Rocco Evalto, originario di Seminara e residente a Vibo, «condannato nel 1979 per porto abusivo di armi e segnalato per reati di attività e gestione rifiuti non autorizzato nel 2001. Uno dei fratelli Evalto, Antonino, sposato con Rosy Lo Bianco, figlia di Carmelo Bianco. I fratelli Evalto sono figli di Domenico Evalto, appartenente alla cosca Anello Fiumara. Secondo i militari della Guardia di Finanza «la citata società, sulla base di accordi pregressi con il Consorzio risultato vincitore dell’appalto, avrebbe dovuto realizzare l’intera opera del nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia».
Il meccanismo, partito con una tangente, è ben presto scivolato nell’ingresso della ‘ndrangheta nell’assegnazione e nella gestione dei sub appalti dei lavori per l’ospedale.
I lavori edili e di ristrutturazione dell’Asl nei vari settori sono stati effettuati con il ricorso al sistema dei «lavori in economia» secondo la decisione della Direzione amministrativa del presidio ospedaliero.
Anche questo è un meccanismo classico assieme a quello di spezzettare l’appalto, per evitare l’iter e i vincoli di trasparenza previsti da una normale gara con tanto di bando pubblico.
Di conseguenza i lavori sono stati eseguiti «disattendendo gli obblighi della normativa che vieta di assegnare a trattativa privata, in tempi successivi, lotti appartenenti alla medesima opera». Grazie a questo sistema, secondo la Guardia di Finanza, «si sono alternate, nell’affidamento degli appalti, diverse ditte, nel senso che si è notato come se esistesse un disegno “spartitorio” in attuazione del quale taluni appalti venivano aggiudicati a determinate ditte, risultando aggiudicatari di altri appalti le altre che già avevano partecipato, senza successo, ai precedenti, laddove la ditta precedentemente vincitrice effettuava un’offerta, per la stessa tipologia di lavoro, notevolmente superiore e pertanto palesemente non concorrenziale, consentendo, in tal modo, alla ditta che era risultata soccombente nella precedente gara di aggiudicarsi quella successiva».
Tra le società che hanno eseguito i lavori – secondo la Guardia di Finanza – c’era la ditta di Francesco Antonio Fusca il quale «risulta essere stato segnalato nel 2003 per i reati di associazione a delinquere, emissione di fatture per operazioni inesistenti e nel 2004 per i reati di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche». E, tra i componenti della commissione aggiudicatrice, c’era lo stesso direttore dei lavori che risulta essere stato, tra gli altri, Giuseppe Namia, in precedenza ricordato.
Interessante è lo svelamento di tutta la gestione delle forniture dei servizi dell’Asl.
L’appalto concorso per il servizio di ristorazione della casa di cura per gli anziani di Vibo Valentia e quello per tutti i presidi ospedalieri dell’Asl di Vibo (Vibo, Tropea, Soriano e Serra San Bruno) era stato affidato alla Onama e, alla scadenza dell’affidamento, riassegnato sempre alla Onama S.p.A. Ma la Onama non è una ditta come altre: «alcuni dipendenti della Onama sono risultati legati da vincoli di parentela a soggetti appartenenti alla cosca Fiarè Gasparro di San Gregorio d’Ippona». In particolare Francesco Coscarella la cui moglie è Caterina Fiarè, sorella di Rosario Fiarè, capo dell’omonima cosca. Insieme a lui anche Gregorio Coscarella, figlio di Francesco. Altre sei persone risultano essere nipoti di Rosario Fiarè. Insomma, i Fiarè sono ben inseriti all’interno della società Onama e, come si è visto, molti dipendenti sono parenti diretti con il capo della ‘ndrina. Praticamente l’Onama è una società dei Fiarè o, comunque, da essi pesantemente condizionata e infiltrata.

Nel corso dell’operazione denominata «Rima» che ha interessato i capi e i gregari della cosca Fiarè con l’imputazione di associazione mafiosa finalizzata all’usura, estorsione, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato, secondo la Guardia di Finanza, «è emerso il coinvolgimento di due amministratori comunali di San Gregorio d’Ippona, comune nel quale la cosca avrebbe pesantemente condizionato l’attività comunale infiltrandosi in appalti e altre attività grazie alla diretta complicità del sindaco e del vicesindaco». La ‘ndrina, inoltre, «avrebbe attuato anche una serie di estorsioni ai danni di imprenditori impegnati nella realizzazione di lavori pubblici».
Ma le presenze delle ‘ndrine non si fermano qui. Abbondanti tracce si trovano anche in altri affidamenti. La fornitura di uno «scambiatore per produzione di acqua calda» è stata affidata alla Teeg Italia s.r.l. La società «con oggetto sociale l’attività e installazione di impianti tecnologici ed edili è amministrata da Domenico lo Bianco esponente di spicco dell’omonimo clan, mentre direttore tecnico della stessa società è Carmelo Bianco, esponente apicale del clan». Anche la fornitura e la manutenzione dei filtri per il sistema di aria condizionata è stata affidata alla Teeg Italia.
Un altro appalto a trattativa privata è stato affidato alla Calor System s.r.l. Con sede in Maierato. Di chi si tratta? Ce lo spiega sempre la Guardia di Finanza: «l’impresa vincitrice è amministrata da Vincenzo Carnevale. Direttore tecnico è il fratello Francesco marito di Lo Bianco Isabella, figlia del citato Lo Bianco Carmelo elemento apicale del clan. Il capitale sociale ripartito tra il predetto Carnevale Vincenzo e Angela Michienzi, coniugata con il citato Domenico lo Bianco esponente di spicco del clan. Da visure effettuate alle banche dati in uso al Corpo è emerso che nel 2006 nell’ambito di accertamenti patrimoniali ex art. 2 bis legge 575/65 nei confronti di Francesco Carnevale è stato accertato che il medesimo, unitamente a familiari e conviventi, ha l’effettiva e la materiale disponibilità di beni immobili risultati intestati a soggetti prestanome al fine di eludere le leggi antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Risulta segnalato oltre a Francesco Carnevale anche Isabella Lo Bianco, Carmelo Lo Bianco, Maria Elena Lo Bianco e Nicolina Pavone».
Ovviamente un simile sistema non può limitarsi all’aggiudicazione degli appalti, necessita di un controllo della macchina amministrativa e i rapporti politici consolidati. Lo spiegano le indagini che hanno accertato «condotte delittuose» di varia entità in sedici persone: «…dirigenti di grado apicale rivestenti altissime funzioni nell’ambito del Asl che hanno favorito l’aggiudicazione di talune gare di appalto a favore di ditte manifestamente riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti di spicco della criminalità organizzata locale» come la Teeg Italia o la Calor System. Il dato di fondo è il fatto che si sono rivelati intrecci e interessi tra «i vertici del Asl che si sono succeduti negli anni» ed esponenti delle ‘ndrine locali.
Un sistema quindi, non una contingenza momentanea posta in capo a pochi corrotti, con una modalità d’azione che è durata negli anni, indipendentemente dalle persone fisiche degli amministratori, tutti coinvolti perché tutti partecipi e interessati ad uno scambio politico affaristico che ha fatto scempio della Sanità pubblica.
Anche il bar presso l’ospedale di Tropea era gestito da un prestanome del clan La Rosa mentre molti pagamenti risultano a favore di ditte che secondo il rapporto della Guardia di Finanza sarebbero dei canali di riciclaggio del clan. Tra i dipendenti dell’Asl figurano Paolino Lo Bianco, operatore tecnico, figlio del capo clan Carmelo Lo Bianco; Gerardo Macrì, tecnico sanitario di laboratorio biomedico, la cui sorella è intestataria della discoteca Casablanca di Tropea che invece risulterebbe di Giuseppe Mancuso, al vertice della ben nota cosca egemone nel vibonese; Vincenzo Soldano, ex vicesindaco di San Gregorio d’Ippona, arrestato insieme ai Fiarè, compreso Vincenzo Fiarè anch’egli dipendente dell’Asl e, tanto per non fermarci ai confini della provincia, Francesco Michele Tripodi coniugato con Concetta Piromalli, figlia del noto Girolamo «Mommo» Piromalli. Oltre a questi, c’è un numero rilevante di soggetti tratti in arresto con l’operazione «Rima», o denunciati per vari reati, compreso quello di porto d’arma da fuoco. Altre undici persone, assunte tramite la filiale di Lamezia Terme della società di lavoro interinale Obiettivo lavoro, risultano gravate da precedenti penali o in precedenza arrestate.
A conclusione della relazione, i militari della Guardia di Finanza hanno riassunto così quelle che hanno definito «criticità riscontrate»: «Presenza di esponenti della criminalità organizzata tra il personale dipendente di ditte giudicatrici di appalti; diffuso ricorso per gli appalti di forniture di beni e servizi alla trattativa privata e alla trattativa privata diretta, istituto che implica la partecipazione di una sola ditta invitata dall’amministrazione; frazionamento di numerosi appalti di forniture di beni e servizi, con importanti risultati sotto il limite previsto per la richiesta della certificazione antimafia e sotto soglia comunitaria; ricorso, in alcuni casi, a rinnovi e proroghe di contratti in elusione degli obblighi di gara e dell’obbligo di produrre la prevista certificazione antimafia, in luogo dell’autocertificazione prodotta; aggiudicazione di appalti a rotazione tra un numero limitato di imprese, tali da far ritenere che tra le stesse potesse esistere un possibile accordo sottostante; condotta di dirigenti che, come emerso anche dati redatti da organi investigativi giudiziari e acquisiti per l’esame, hanno favorito l’aggiudicazione di taluni appalti a ditte riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti di spicco della criminalità organizzata locale; presenza di dipendenti dell’Asl assunti a tempo determinato e indeterminato, di cui alcuni appartenenti alle cosche criminali locali, altri con procedimenti penali anche in corso2.
Intanto, dopo questa relazione e questa indagine, nell’assenza di qualunque tipo di intervento, nell’ospedale di Vibo si è continuato a morire e parlare ancora di malasanità può servire solo a chi non vuole vedere e non vuole capire.
Guardando l’intreccio tra degrado della Sanità pubblica e sistema di affari creato attorno alla Sanità privata, così come emerge dei fatti sinora evidenziati, non si può tacere sulle gravi responsabilità della politica calabrese.
Come si vede, la Sanità privata è esclusivamente alimentata con soldi pubblici, e ciò a fronte di un sistema sanitario pubblico ridotto a brandelli da sprechi, clientele e spartizioni tra partiti che non riguardano solo gli organismi politici o di gestione, ma si estendono dal portantino al primario, mortificando la trasparenza e la qualità professionale degli operatori sanitari. Tutto in nome di uno scambio costruito sulla gestione dei fondi pubblici, finalizzato a creare un consenso clientelare che uccide il diritto di cittadini alla salute e alla vita.
Il fatto che attualmente l’intera gestione del sistema sanitario calabrese sia commissariata non alleggerisce questa situazione, ma rende più drammatica intollerabile ed evidenzia il fallimento del susseguirsi di intere gestioni politiche.
L’unica certezza è che a pagarne le spese sono solo i soggetti più deboli, sulla cui vita in Calabria si operano le peggiori speculazioni politiche affaristiche e mafiose.

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NOTE
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1 Guardia di Finanza, Comando nucleo speciale tutela Pubblica amministrazione, di Indagine conoscitiva nei confronti dell’azienda sanitaria n. 8 di Vibo Valentia. Il documento è pervenuto alla Commissione in data 24 aprile 2007 dall’Alto commissario per la prevenzione il controllo della corruzione e delle altre forme di illecito nella Pubblica amministrazione.
2 Rapporto Guardia di Finanza per l’Alto commissario anti corruzione.

Francesco Forgione, ‘NDRANGHETA – Boss luoghi e affari della mafia più potente del mondo (La relazione della Commissione Parlamentare Antimafia), Baldini Castoldi Dalai, 2008, pp. 207-217.

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