La mappa della ‘ndrangheta vibonese

ESTRATTO DALLA RELAZIONE SULLA ‘NDRANGHETA DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA DELLA XV LEGISLATURA, pp. 74-78 e 85

 

Nella provincia di Vibo Valentia appare incontrastato il predominio dei “Mancuso” di Limbadi, storicamente legati ai “Piromalli-Molè” di Gioia Tauro. Nel mantenere il rigido controllo delle attività criminali locali si sono ritagliati, negli anni, ampi spazi nel traffico internazionale delle sostanze stupefacenti. “Le più recenti risultanze investigative hanno evidenziato che la tradizionale struttura della famiglia, sempre riconducibile allo storico nucleo familiare, si è scissa nella sua compattezza, dando vita a 3 principali ramificazioni, a volte in contrasto tra loro ma munite di autonomia organizzativa, rispettivamente capeggiate da Diego Mancuso, Francesco Mancuso e Cosmo Mancuso. La potenzialità criminogena della ‘ndrina, nel suo complesso, è comunque confermata. Aree di influenza, oltre che nella provincia di Vibo Valentia, sono nel reggino e nel catanzarese, ad Isola Capo Rizzuto (rapporti con gli “Arena”), a Lamezia Terme (contiguità con il gruppo “Cerra-Torcasio-Giampà”) e in altre parti del territorio nazionale (in particolare Milano, Torino, Parma), attraverso le cosiddette ‘batterie’”.[1]

“La pressante azione repressiva che nell’ultimo periodo ha interessato la provincia ha determinato una situazione di accentuata instabilità “incentivando” cosche di minore rilevanza ad inserirsi in spazi tradizionalmente occupati dai “Mancuso”. Il dato trova riscontro in alcuni omicidi realizzati negli ultimi anni. Anche la recrudescenza degli omicidi è verosimilmente da ricercare nella gestione delle attività economiche connesse alle strutture turistiche e di intrattenimento ubicate sulla fascia litoranea”.[2]

“Nelle aree della provincia a maggiore vocazione turisticoalberghiera, come Tropea e Ricadi, si è evidenziata la famiglia mafiosa dei “La Rosa” che ha acquisito sul territorio costiero un ruolo predominante – specialmente in relazione al fenomeno estorsivo – forte anche della stretta alleanza con l’articolazione dei Mancuso capeggiata da Cosmo. Essa ha consolidato ed ampliato il suo influsso criminale dal comune di Tropea, paese d’origine della famiglia, nei comuni di Ricadi, Parghelia, Zambrone, Briatico, Porto Salvo, Vibo Marina e Pizzo Calabro, per il controllo della gestione e della manutenzione delle forniture di numerose grosse strutture alberghiere, nel tentativo di imporre gli acquisti presso ditte riconducibili alla cosca”.[3]

Nel settembre 2006, l’ordinanza di custodia cautelare frutto dell’indagine “Odissea”, coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro, ricostruisce l’ascesa della cosca “La Rosa” di Tropea, satellite dei “Mancuso”, sotto le direttive dei quali ha esteso la propria influenza nella maggior parte dei comuni costieri del vibonese, gestendo di fatto importanti strutture turistico-alberghiere come il “Rocca Nettuno”, “Rocca”, “Garden Resort” e la discoteca “Casablanca”. Emerge, inoltre dal suddetto provvedimento, la capacità della cosca di infiltrare gli apparati pubblici, anche allo scopo di ottenere indebiti finanziamenti e trattamenti giudiziari di favore, come risulta anche dall’arresto di un giudice del Tribunale di Vibo Valentia e di un tecnico comunale che avrebbe esercitato pressioni su un’impresa.[4] Nell’area in esame si sono inoltre verificati episodi che confermano l’interessamento delle cosche nella gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani”.[5]

In relazione alle proiezioni nazionali dei “Mancuso”, la loro presenza in Lombardia è ampiamente nota. L’11 giugno 2006, a Seregno, i Carabinieri di Monza hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale costituito da numerosi fucili mitragliatori, pistole mitragliatrici, armi comuni lunghe e corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed altro, col conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso di Limbadi. Anche il Servizio Centrale Operativo evidenzia la presenza di “locali” di ‘ndrangheta legati ai “Mancuso” nella provincia di Como e segnala la zona del Friuli Venezia Giulia come luogo di operazioni di riciclaggio riconducibili alla stessa famiglia.[6]

La straordinaria capacità dei Mancuso di infiltrarsi e condizionare la politica e le istituzioni emerge dall’inchiesta denominata “Dinasty 2” del 2006 e relativa al progetto INFRA-TUR. Nella vicenda risalta il ruolo di un magistrato del Tribunale di Vibo Valentia quale socio in affari in alcuni investimenti (Il Melograno Village srl) e garante e punto di riferimento delle cosche vibonesi. Un vero e proprio sistema di commistione tra esponenti politici, imprenditori e rappresentanti del clan Mancuso.

“Le altre organizzazioni criminali operanti in ambito provinciale, sono:

§   nel capoluogo, la famiglia “Lo Bianco”, guidata da Lo Bianco Carmelo, gravitante nell’orbita del clan “Mancuso”, dedita alle estorsioni a esercizi commerciali ed imprenditori, all’usura e allo scambio elettorale politico-mafioso.[7] E’ stata, altresì, individuata una costola dell’organizzazione guidata dall’omonimo cugino (cl. 1945), che pur non entrando in netto contrasto con il resto dell’organizzazione, agisce autonomamente sul territorio.

§   nella zona di Sant’Onofrio e Stefanaconi, le cosche “Bonavota”, con interessi anche nel torinese, e “Petrolo”;

§   nella zona di Filadelfia e nei comuni limitrofi di Polia, Maida, Curinga, Francavilla Angitola, Pizzo Calabro, San Nicola da Crissa, Monterosso Calabro, Capistrano, la cosca “Fiumara-Anello”, nota per essere stata coinvolta nel narco-traffico internazionale, sin dai tempi dell’indagine “Pizza Connection”;

§   nella zona delle Serre Calabre, dove sono soprattutto diffuse le estorsioni in danno degli imprenditori boschivi, principale fonte di reddito della zona, è egemone la cosca “Vallelunga” (Serra San Bruno, Mongiana, Spadola, Brognaturo, Simbario), ma agiscono e sono radicate anche le famiglie “Emanuele-Maiolo-Oppedisano-Ida” (Gerocarne, Soriano Calabro, Arena, Dasà, Acquaro, Dinami), avversi ai “Loielo-Gallace”; “Mamone” e “Nesci-Montagnese” (Fabrizia); “Tassone” (Nardodipace); “Oppedisano” (Dinami);

§   nel comprensorio del Monte Poro (Comuni di Spilinga, Zungri, Rombiolo, Drapia e Zaccagnopoli), la cosca “Accorinti-Fiammingo”, referente dei “Mancuso”;

§   nel Comune di Filandari, la cosca, di rilevanza minore, dei “Soriano”;

§   a Briatico la cosca “Accorinti” (diversa da quella attiva in Monteporo, ma ad essa legata da vincoli di parentela);

§   a San Gregorio d’Ippona la cosca “Fiarè’” guidata da Rosario Fiarè, collegata ai “Mancuso”;

§   a Mileto e San Calogero i “Pititto”, sono i referenti locali dei ‘Mancuso’“.[8]

 

Di fatto, anche attraverso i legami nei diversi comuni, e le relazioni nei diversi campi di attività sia lecita che illecita, la cosca dei Mancuso esercita una diffusa egemonia su tutta la provincia.


[1] S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla ‘ndrangheta – 30 giugno 2007.

[2] R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007”.

[3] S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla ‘ndrangheta – 30 giugno 2007.

[4] Sono stati eseguiti 13 provvedimenti restrittivi – 4 in carcere e 9 agli arresti domiciliari – nonché 3 misure interdittive di pubbliche funzioni, emessi dall’Autorità giudiziaria, nei confronti di altrettanti indagati, chiamati a rispondere, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, truffa in danno dello Stato e falso in atto pubblico. L’attività investigativa ha consentito di identificare, nei destinatari dei provvedimenti restrittivi, i responsabili di numerose condotte corruttive attraverso le quali sarebbero state favorite parti processuali in alcuni procedimenti svolti nei confronti di consorterie mafiose, nonché di numerose truffe perpetrate in danno dello Stato, relativamente a finanziamenti pubblici destinati in seguito a fini privati. Tra i destinatari dei provvedimenti figura la Dr.ssa Patrizia Pasquin, Presidente della Sezione Civile del locale Tribunale, Achille Sganga, geometra presso l’ufficio tecnico di Parghelia (VV), Guglielmo Grillo, funzionario della Regione Calabria all’assessorato dei Lavori Pubblici, Vincenzo Galizia, ingegnere capo dell’ufficio tecnico di Parghelia (VV), nonché avvocati, architetti ed imprenditori locali.

[5] R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007”.

[6] S.C.O. della Polizia di Stato – “La ‘ndrangheta” – gennaio 2008 – pag. 26.

[7] Il 6.2.2007 investigatori di quella Squadra Mobile hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto, emesso dalla competente Autorità giudiziaria, nei confronti di 23 tra elementi di vertice ed affiliati ai “Lo Bianco”, per rispondere, a diverso titolo, dei delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, detenzione abusiva di armi ed altri gravi reati. Le indagini hanno consentito di svelare ruoli, modalità e strategie del potente clan, nel condizionamento del regolare andamento economico dell’area attraverso indebite ingerenze nel settore degli appalti pubblici e, più in generale, nei diversi ambiti commerciali della provincia, attraverso violente e sistematiche estorsioni. Tra i destinatari del provvedimento, il capo clan Carmelo Lo Bianco. Nelle indagini è, infine, emerso il coinvolgimento dell’ On.le Antonio Borrello dell’Udeur, che di recente ha assunto la carica di vice presidente del Consiglio regionale della regione Calabria. Lo stesso, raggiunto da un avviso di garanzia, è stato indagato per scambio elettorale politico mafioso, poiché avrebbe richiesto alla “famiglia” Lo Bianco appoggio elettorale.

[8] S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla ‘ndrangheta – 30 giugno 2007.

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Una Risposta to “La mappa della ‘ndrangheta vibonese”

  1. DOPO AVER LETTO TUTTO QUESTO, MI DOMANDO, MA LO STATO DOVE E’ ? DA QUANTO HO CAPITO VIVIAMO LA STESSA STORIA DI ISRAELE E LA PALESTINA,UN UNICO TERRITORIO CHE E’ LA CALABRIA OCCUPATO DALLO STATO E DALL’ANTISTATO.MA COSA ASPETTA IL GOVERNO ITALIANO A RIAPROPIARSI DI CIO’ CHE DOVREBBE ESSERE SUO.UNO SCIANCATO CHE RUBBA UNA GALLINA LO METTONO DENTRO MENTRE CHI ESTORCE VIENE PREMIATO.COME?CON DELLE PENE SIMBOLICHE.I PENTITI COLLABORANO I POLIZZIOTTI RISCHIANO LA VITA PER ARRESTARLI E DEDICANO POCO TEMPO AI FIGLI(FAMIGLIA)E LO STATO SPERPERA SOLDI IN PROCESSI CHE DURANO ALL’INFINITO.ALLA FINE TRA ATTENUANTI,SCONTO DI UN TERZO DELLA PENA ,BUONA CONDOTTA SONO FUORI.E QUESTA E’ GIUSTIZIA? COME POSSONO AVERE FIDUCIA NELLO STATO? CHI MI GARANTISCE CHE SE VEDO UN’INGIUSTIZIA E LA DENUNCIO’ IO SARO’ TUTELATO? VIBO RIMARRA’ SEMPRE QUELLA CHE E’ (TERRA DI MAFIA) E BOSSI FA BENE A LAMENTARSI.

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